REPARTO N° 6

cronache da un (ex) manicomio
giovedì, 14 maggio 2009

UN PARERE TECNICO

sapendo che lavoro nell'ambito della salute mentale capita che amici mi chiedano consigli. anche oggi mi è arrivata una email con la richiesta di un parere. io non ho saputo rispondere in modo rassicurante...


ciao,
 
ti disturbo per un parere tecnico. la nostra vicina di casa di sopra vive sola, ha una 70ina d'anni e sicuramente non sta bene.
ogni tanto si aggrava e ieri ha aggredito la baby sitter dei vicini urlandole che nel palazzo non vive nessuno e spintonandola. i vicini hanno chiamato il CIM che gli ha risposto che loro intervengono solo su segnalazione della polizia (!).
mi sembra bestiale che in generale, e a trieste in particolare, non vi siano meccanismi di aiuto a persone con problemi mentali, che non passino dalla polizia. possibile che se una persona ha un disagio e non chiede personalmente aiuto (non credo che la signora sia in grado di chiedere aiuto) non vi sia alcun aiuto possibile almeno che non combini casini tali da coinvolgere la polizia?
hai idea se ci sono meccanismi più umani che si possono mettere in moto?
postato da Lazaric alle ore 21:07 | link | commenti (4)
categorie: storie di pazzi e di normali

Commenti
#1    14 Maggio 2009 - 21:38
 
La chiamata ai servizi sociali non passa dai carabinieri. In casi di questo genere si chiamano o uno o l'altro, tanto per lo più arrivano insieme. O prima uno e poi l'altro. Il problema negli uffici pubblici è che quando si chiede un'informazione l'operatore risponde solo per quel che gli compete e non dà altre indicazioni, di cui è al corrente. "Non è di mia comptenza" Clic. Quando magari basterebbe dire "Non è di mia competenza è competenza di quell'ufficio lì". Io esagero e vado oltre: "Aspetti che le cerco il numero, ha carta e penna?", poi magari richiamo per sapere se è tutto a posto.
Il problema dei servizi è che spesso uccidono quel poco di senso civico che la gente talvolta tira fuori. Magari ti preoccupi per uno sconosciuto in difficoltà, il servizio ti tratta a pesci in faccia e la volta successiva che vedi qualcuno in difficoltà ti dici "per farmi maltrattare, evito" Oppure ti complicano l'esistenza in maniera assurda, per cui aiutare diventa tirarsi la zappa sui piedi. Se la gente venisse valorizzata quando compie qualcosa di buono, si comporterebbe più spesso con responsabilità.
Il governo parla di sicurezza, di inasprimento delle pene, di introdurre nuovi reati, istiga alla delazione. Utilizza le punizioni e le connivenze per cercare di migliorare il mondo. Non si migliora il mondo con i valori sbagliati e cioè la repressione e la delazione. Manca l'idea di premiare o valorizzare la gente responsabile e solidale.
Le persone sarebbero più al sicuro nelle città se potessero contare una sull'altra: mettere pattuglie in più o istituire ronde di esaltati cambia poco o nulla, perchè non si può essere ovunque e non si risolve il problema.
Scusa se ho sbrodolato con il commento, ma il tema mi sta a cuore...
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#2    15 Maggio 2009 - 08:34
 
al di là di come i “servizi” NON dovrebbero funzionare da un punto di vista della norma ma sopratutto dell'etica (la politica purtroppo l'abbiamo lasciata negli anni '70) io credo che questo episodio metta in luce diverse cose:
Nonostante la retorica sulla 180 tuttora le persone che vivono un disagio mentale vengono seguite quasi solo in base a esigenze di tipo securitario (non è poi molto cambiato da quando si diceva "pericoloso a sé o agli altri e di pubblico scandalo").
L'idea della presa in carico collettiva a cui in qualche modo pure tu richiami era ed è o meglio dovrebbe essere fondamentale: il problema è che la presa in carico che doveva essere collettiva dopo l'approvazione della legge 180 si è risolta in una rinnovata delega ai tecnici forse meno aguzzini ma anche meno responsabili dei propri "pazienti". A Trieste – dove gli psichiatri sono più attenti a convegni che a colloqui – questo problema c'è come altrove nonostante le mostrine che vengono esibite pubblicamente.
Condivido che esista un problema di cultura anche tra gli operatori: se hai la fortuna di rivolgerti a un centro di salute mentale o simili mentre in turno c'è una persona disponibile e responsabile può darsi che il tuo problema si risolva o almeno lasci meno strascichi; più spesso capita di avere a che fare con gente demotivata, stanca e che vede il suo lavoro solo in funzione della fine turno e fine mese. Esiste inoltre – per fare un po' l'avvocato del diavolo – un problema oggettivo di organici sottodimensionati e nel caso della psichiatria aggravati pure da uno “scarico” di utenza da altri servizi (tossicodipendenze, servizi geriatrici...) con una continua delega al privato sociale se non addirittura alle risorse dei singoli utenti (accompagnatori privati, badanti...)
come vedi sbrodolo pure io come del resto pure a me la cosa sta a cuore.
La cosa che un po' mi fa sentire frustrato e direi inerme è che io a questo mio amico oltre a dire più o meno le cose che ho scritto ora non ho saputo dare nessuna indicazione per risolvere il problema di questa signora che alla fine è il punto fondamentale al di là delle disquisizioni teoriche su massimi sistemi come psichiatria, servizi socio-sanitari, welfare state e politica securitaria...
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#3    16 Maggio 2009 - 17:44
 
Credo che allertare la polizia sia, effettivamente, procedura standard.
Possiamo disquisire sull'opportunità o meno di preporre un organo
istituzionale così muscolare come quello degli sbirri ma, attualmente,
sarebbe puro esercizio di stile.

Se la signora aggredisse ancora qualcuno o rischiasse di farsi del male,
credo non esiterei a chiamare la polizia. Il problema è che, spesso, la
valutazione della gravità o meno della cosa è affidata al cittadino
comune (sprovvisto degli strumenti necessari per l'elaborazione della
stessa). Il servizio allertato, in questo caso, potrebbe farsi un idea
passando, casualmente, il giorno dopo la crisi per prendere contatto con
il potenziale utente e nel caso, costruire un percorso di cura della
malattia.
Alla fine, è solo una questione organizzativa. Naturalmente imho :)
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#4    23 Giugno 2009 - 13:49
 
ho scritto a una psichiatra che lavora nel "CIM" in questione.
Effettivamente i primi contatti con persone con disturbo vengono fatti con l'intervento delle forze di polizia come prassi.
Tale prassi viene giustificata dal fatto che:
1° un primo approccio fatta da infermieri psichiatrici sarebbe ancora più stigmatizzante;
2° non è detto che il problema sia della signora e non dei vicini;
3° le forze dell'ordine hanno il vantaggio di “poter avere un dato di realtà inequivocabile da proporre alla signora”.
Ora ci sarebbero da fare diversi ragionamenti:
punto primo: che senso ha che infermieri e psichiatri si siano tolti la divisa per avvicinarsi agli utenti se poi il primo approccio viene fatto da altre persone in divisa tra l'altro deputati professionalmente a reprimere e punire e che peraltro non si muovono se non per constatare un fatto grave ormai accaduto... mi pare che non si sia andati tanto lontano dal “pericoloso a sé e agli altri e di pubblico scandalo” come recitava la legge pre-180.
punto secondo: capisco il discorso che non puoi andare a segnalare chiunque come pazzo mobilitando così i servizi e non vorrei neanche servizi intrusivi che vaghino per la città in cerca di matti ma credo che i servizi debbano prevedere approcci al bisogno che non siano esclusivamente di risposta a richieste d'aiuto (uno dei risultati di questo modus operandi sono i casi – non così rari tocca ammettere – di delitti compiuti da persone con disturbo psichico).
punto terzo: è realmente necessario per riportare qualcuno a un piano di realtà indiscutibile l'intervento delle forze dell'ordine? Non esistono altri modi più umani? E non vedo perché poi un intervento di forze dell'ordine dovrebbe essere considerato autorevole dal punto di vista psichiatrico e più competente di quello del “cittadino comune”. Oltre al fatto che capita che la realtà a cui talvolta porta l'intervento delle forze di polizia può essere talvolta tragico vedi casi Rasman e Aldovrandi.
Troppo comodo comunque gestire il territorio in questo modo, aspettando che le forze dell'ordine ti mandino le segnalazioni. Il gatto e la volpe. Altro che discorsi sulla soggettività della pazzia...
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"Nel cortile dell'ospedale c'è un piccolo padiglione, circondato da tutto un bosco di lappole, di ortica e di canapa selvatica. Il suo tetto è rugginoso, il tubo del camino è a metà crollato, gli scalini della scala principale sono marciti e c'è cresciuta l'erba, e dell'intonaco son rimaste soltanto le tracce. La facciata anteriore è rivolta verso l'ospedale, quella posteriore guarda nella distesa dei campi verdi da cui lo separa il grigio recinto dell'ospedale, tutto chiodi. Questi chiodi, con le punte rivolte all'insù, e il recinto e lo stesso padiglione hanno quello speciale aspetto triste che da noi hanno soltanto le costruzioni ospedaliere e carcerarie. Se non avete timore delle scottature d'ortica, inoltriamoci per lo stretto sentiero che conduce al padiglione, e guardiamo che cosa succede là dentro."

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