REPARTO N° 6

cronache da un (ex) manicomio
giovedì, 01 ottobre 2009

FESTIVAL DEI MATTI

Segnalo questo Festival dei matti che - nonostante sia la solita iniziativa ultraistituzionale di psichiatri antistituzionali - mi pare abbia spunti interessanti..

postato da Lazaric alle ore 15:07 | link | commenti
categorie: teatro, poesia-letteratura, arte varia, 180 , musica-canzoni
domenica, 02 agosto 2009

Solo per lo spettacolo:

Franco Basaglia è tornato a Trieste con il volto di Gifuni

Le riprese della fiction dureranno due settimane. Vittoria Puccini è Margherita e fra le comparse spunta qualche vero utente dei centri
di Elisa Grando
TRIESTE In completo beige e capelli scuri appena spruzzati di grigio, Franco Basaglia è tornato ad abitare i vialetti di San Giovanni. Fabrizio Gifuni, che lo interpreta nella fiction Rai “C’e ra una volta la città dei matti” in corso di riprese in questi giorni a Trieste, un po’ gli somiglia davvero, e la sua passeggiata vicino al padiglione M in abiti anni Settanta attira gli sguardi di chi lavora nel comprensorio. Per alcuni è solo curiosità, per altri vera e propria emozione.

Accanto a lui ieri camminava Vittoria Puccini, che nel film interpreta Margherita, una ragazza realmente esistita mandata in manicomio dalla madre: tormentata dalla colpa di averla concepita con un soldato americano poi sparito, la donna la rinchiuse in un istituto di suore e per poi trasferirla in ospedale psichiatrico, perché considerata troppo ribelle. La Puccini, sottile e poco truccata con i lunghi capelli raccolti in uno chignon, con addosso un maglioncino azzurro e delle ballerine, sembra lontana anni luce dalla ragazza volitiva e passionale che interpretava in “Elisa di Rivombrosa”, la fiction che l’ha portata al successo. La sua Margherita è uno dei tanti pazienti veri la cui storia, pur senza riferimenti diretti ai nomi, viene riportata fedelmente sul piccolo schermo.

In una delle scene girate ieri, Basaglia e Margherita chiacchierano nel giardino, circondati dalla colorata e operosa comunità in cui si era trasformato l’Opp a metà anni Settanta. Sull’ erba ci sono ragazzi con la chitarra che si mescolano ai “matti”, alcuni hippie arrivano muniti di sacco a pelo per unirsi alla comunità. Fra le comparse spunta anche qualche vero utente dei centri, ancora più divertito degli altri, mentre ad interpretare uno dei pazienti protagonisti c’è l’attore serbo Branko Djuric.

Sul muro del padiglione campeggia la scritta in rosso “oggi Marco Cavallo comincia il suo giro per il mondo”: la storica uscita del grande destriero azzurro di legno e cartapesta, simbolo della voglia di libertà dei matti, è stata girata ieri pomeriggio sotto un cielo che spruzzava pioggia all’improvviso, costringendo la troupe a mettere al riparo di corsa le macchine da presa e i monitor.

Fra la gente che guardava incuriosita verso il set c’era Giuseppe Dell’Acqua, direttore del Dipartimento di Salute Mentale della Ass n.1 Triestina. «Ha visto il cavallo? È bellissimo. Che emozione», dice guardandosi intorno con un sorriso. Marco Cavallo è stato riprodotto in scala più piccola rispetto a quello originale, per permettergli di uscire intero dal padiglione e non in diversi pezzi, come successe realmente nel 1973. E per sottolineare la portata metaforica dell’evento, per accentuarne il potere evocativo, sul set è stato anche portato un cavallo in carne ed ossa. Fra bandiere, tamburi e mascheroni di cartapesta, dal padiglione esce il corteo rumoroso e colorato di operatori, pazienti, artisti e semplici cittadini che sfilò per Trieste il 25 marzo ’73, segnando la definitiva apertura del manicomio alla città.

È un pezzo di storia di Trieste, e dell’Italia intera, quella che il regista Marco Turco sta rievocando sul set: delle due puntate previste, una sarà interamente dedicata proprio al decennio triestino di Basaglia e alla rivoluzione psichiatrica come partì dall’Opp.

«Oltre all’uscita di Marco Cavallo, la sceneggiatura racconta l’a pertura dei primi centri di salute mentale con le difficoltà che ci furono - anticipa Dell’Acqua. - In particolare si ricorda una lettera di protesta che venne mandata proprio a “Il Piccolo” quando fu aperto il centro di salute mentale di Barcola. Ma ci saranno anche i momenti belli: San Giovanni è stato sede di manifestazioni culturali che hanno anticipato i tempi. Qui in quegli anni hanno suonato Gino Paoli, gli Area, Demetrio Stratos, De Gregori. In particolare nella fiction si ricostruirà il concerto Ornette Coleman: ora ha quasi 80 anni, e ancora si ricorda di quel momento». La troupe resterà nella location del comprensorio fino a sabato prossimo.
(08 luglio 2009) Il Piccolo
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categorie: media, arte varia
venerdì, 26 giugno 2009

Il bello della differenza

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categorie: arte varia
mercoledì, 04 febbraio 2009

Arte genio follia

Il concerto nell'uovo - XVI sec. - Hieronimus Bosch

Dal 31 gennaio, Siena ospita nel Complesso Museale di Santa Maria della Scala “Arte, Genio, Follia. Il giorno e la notte dell’artista“.

Nata da un’idea di Vittorio Sgarbi, la mostra per la prima volta indaga, attraverso 300 opere, il complesso rapporto tra la produzione artistica e il disagio mentale, in momenti fondamentali della storia dell’arte.

Il percorso, diviso in otto sezioni, si sviluppa in ordine cronologico, partendo dall’emarginazione e il riscatto dei folli del periodo medioevale. La seconda sezione porta in scena i 9 busti di Messerschmidt, nato sotto Saturno, secondo Wittkower, che nella seconda metà del Settecento ha rappresentato nelle famose smorfie la propria follia e quella universale.

Nella terza parte si incontrano quattro artisti del tempo di Nietzsche: Van Gogh, Munch, Strindberg, Kirchner. Tra le opere “Saint-Paul à Saint-Rémy-de-Provence”, realizzata quando il pittore si trovava, per sua volontà, nella casa di cura. La guerra vista attraverso gli occhi di Guttuso, Mafai, Otto Dix e Grosz è il tema della quarta sezione. Mentre la quinta sezione è dedicata dalla Collezione Prinzhorn di Heidelberg, la raccolta storica di arte dei folli proveniente da istituzioni manicomiali europee, iniziata negli anni ‘20 dallo psichiatra e storico dell’arte da cui la collezione ha preso il nome. La follia come molla creativa è protagonista dell’arte bruta della sesta sezione, seguita da lavori realizzati da Carlo Zinelli e Antonio Ligabue.

Le ver luisant - 1933 - Victor BraunerMurder - Edvard MunchMensch werde wesentlich - s.d. - Helga Goetze
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categorie: arte varia
sabato, 15 dicembre 2007

Disegno di un sociopatico

Parlando con uno "psicoterapeuta" mi diceva che secondo lui dai quadri di Caravaggio si vede che era un sociopatico... qualunque cosa voglia dire io vedo il magnifico gioco di luci e forme: l'immagine del divino (per citare il titolo della mostra a lui dedicata a Trapani per il quarto centenario del passaggio di Michelangelo Merisi in Sicilia).

me n'è nata l'idea di creare dei post sullo stigma/diagnosi...

postato da Lazaric alle ore 16:05 | link | commenti (1)
categorie: stigma, arte varia
mercoledì, 11 aprile 2007

LA FOLLIA DELLA FOTOGRAFIA/3: La Fotografia addomesticata

La società si adopera per far rinsavire la Fotografia, per temperare la follia che minaccia ad ogni istante di esplodere in faccia a chi la guarda. Per far questo, essa ha a disposizione due mezzi.
Il primo consiste nel fare della Fotografia un’arte, giacche nessun’arte è pazza. Di qui l’insistenza del fotografo a rivaleggiare con l’artista, uniformandosi alla retorica del quadro e al suo modo sublimato di esposizione. In effetti, la Fotografia può essere un’arte: quando in essa non vi è più alcuna follia, quando il suo noema è dimenticato e, di conseguenza, la sua essenza non agisce più su di me: credete forse che davanti alle «Promeneuses» del comandante Puyo, io mi turbi ed esclami «È stato»? Il cinema partecipa a quest’addomesticamento della Fotografia – per lo meno il cinema di finzione, proprio quello di cui si dice che sia la settima arte; un film può essere pazzo per artificio, mostrare i segni culturali della follia: non lo è mai per natura (per condizione iconica); esso è sempre l’esatto contrario di un’allucinazione; esso è semplicemente un’illusione; la sua visione è sognante, non ecmnesica.
L’altro mezzo per far rinsavire la Fotografia, è di generalizzarla, gregarizzarla, banalizzarla, al punto che di fronte a lei non vi sia più nessun’altra immagine rispetto ala quale essa possa spiccare, affermare la sua specialità, il suo scandalo, la sua follia. Questo è appunto ciò che accade nella nostra società, in cui la Fotografia schiaccia con la sua tirannia le altre immagini: niente più stampe, niente più pittura figurativa, se non ormai per affascinata (e affascinante) sottomissione al modello fotografico. Osservando gli avventori di un bar, qualcuno mi ha detto giustamente: «Guarda come sono spenti; al giorno d’oggi, le immagini sono più vive delle persone». Uno dei segni distintivi del nostro tempo è forse questo rovesciamento: noi viviamo conformemente a un immaginario generalizzato. Prendiamo gli Stati Uniti: là, tutto si trasforma in immagini: là, esistono, si producono e si consumano solo immagini.
Robert Mapplethorpe Thomas (1986)
Esempio estremo: provate a entrare in un locale porno di New York; non ci troverete il vizio, ma soltanto quadri viventi (da cui Mapplethorpe ha tratto lucidamente alcune sue fotografie); si direbbe che l’anonimo individuo (niente affatto un attore) che vi si fa incatenare e frustare concepisca il suo piacere solo se questo piacere coincide con l’immagine stereotipata (logora) del sado-masochista: il godimento passa per l’immagine, ecco il grande mutamento. Un simile rovesciamento mette necessariamente in ballo la questione etica: non perché l’immagine sia immorale, irreligiosa o diabolica (come taluni hanno affermato all’avvento della Fotografia), ma perché, se generalizzata, essa derealizza completamente il mondo umano dei conflitti e dei desideri, mentre invece vuole illustrarlo. Ciò che caratterizza le società cosiddette avanzate, è che oggi tali società consumano immagini e non più, come quelle del passato, credenze; esse sono dunque più liberali, meno fanatiche, ma anche più «false» (meno «autentiche») – cosa che, nella coscienza comune, noi traduciamo con l’ammissione di un’impressione di noia nauseante, come se, universalizzandosi, l’immagine producesse un mondo senza differenze (indifferente), da cui può quindi levarsi qui e là solo il grido di anarchismi, marginalismi e individualismi: aboliamo le immagini, salviamo il Desiderio immediato (senza mediazione).
Pazza o savia? La Fotografia può essere l’una o l’altra cosa: è savia se il suo realismo resta relativo, temperato da abitudini estetiche o empiriche (sfogliare una rivista dal barbiere, dal dentista); è pazza se questo realismo è assoluto, e, per così dire, originale, se riporta alla coscienza amorosa e spaventata la lettera stessa del Tempo: moto propriamente revulsivo, che inverte il corso della cosa, e che chiamerò per concludere l’estasi fotografica.
Le due vie della Fotografia sono queste. Sta a me scegliere se aggiogare il suo spettacolo al codice civilizzato delle illusioni perfette, oppure se affrontare in essa il risveglio dell’intrattabile realtà.”
Roland Barthes La chambre claire. Note sur la photographie, Seuil, Paris, 1980; trad. it. di Renzo Guidieri La camera chiara. Nota sulla fotografia, Einaudi, Torino, 1980, § 48, pag. 117-119
postato da Lazaric alle ore 20:24 | link | commenti
categorie: arte varia
domenica, 01 aprile 2007

LA FOLLIA DELLA FOTOGRAFIA/2: Follia, Pietà

Il noema della Fotografia è semplice, banale; nessuna profondità: «È stato». So già cosa diranno i nostri critici: come! addirittura un libro (anche se piccolo) per scoprire ciò che a me è già chiaro alla prima occhiata?– Sì, ma questa evidenza può essere sorella della follia. La Fotografia è un’evidenza spinta, caricata, che sembra caricaturizzare non già la figura di ciò che essa ritrae (anzi, è proprio il contrario), ma la sua stessa esistenza. L’immagine, dice la fenomenologia, è un nulla di oggetto. Ora, ciò che io ipotizzo nella Fotografia non è soltanto l’assenza dell’oggetto, ma anche, sullo stesso piano e all’unisono, che quell’oggetto è effettivamente esistito e che è stato lì dove io lo vedo. Ecco, la follia è proprio qui; infatti, sino ad oggi, nessuna raffigurazione poteva assicurarmi circa il passato della cosa, se non per mezzo di riferimenti ad altre cose; invece, con la Fotografia, la mia certezza è immediata: nessuno mi può disingannare. La Fotografia diventa allora per me un medium bizzarro, una nuova forma di allucinazione: falsa a livello della percezione, vera a livello del tempo: un’allucinazione in un certo senso temperata, modesta, divisa (da una parte «non è qui», dall’altra «però ciò è effettivamente stato»): immagine folle, velata di reale.
Cerco di rendere la specialità di quest’allucinazione e trovo questo: la sera stessa di un giorno in cui avevo ancora una volta guardato le foto di mia madre, andai a vedere, con degli amici, il Casanova di Fellini; ero triste, e il film mi annoiava; ma alla scena in cui Casanova si mette a danzare con la bambola meccanica, i miei occhi furono colpiti da una sorta di acutezza atroce e deliziosa, come se tutt’a un tratto provassi gli effetti di una strana droga; ogni dettaglio, che vedevo con precisione, assaporandolo, per così dire, fino in fondo, mi sconvolgeva: la snellezza, l’esilità della silhouette, come se non ci fosse che un po’ di corpo sotto il vestito appiattito; i guanti consunti di seta bianca; l’acconciatura con quel pennacchio un po’ ridicolo (ma che mi commuoveva), quel volto imbellettato e tuttavia personale, innocente: un che di disperatamente inerte e tuttavia di disponibile, di offerto, di amante, come di impulso angelico di «buona volontà». Pensai allora irresistibilmente alla Fotografia: infatti, tutte quelle cose io potevo dirle anche a proposito delle foto che mi commuovevano (con cui avevo costruito, con metodo, la Fotografia stessa).
Credetti di capire che, tra la Fotografia, la Follia e qualcosa di cui non sapevo bene il nome, ci fosse una sorta di legame (di nodo). Cominciai col dare un nome a quel qualcosa: la pena d’amore. In fondo, non ero forse innamorato della bambola meccanica felliniana? Non si è forse innamorati di certe fotografie? (Guardando le foto del mondo proustiano, io m’innamoro di Julia Bartet, del duca di Guiche). Tuttavia, non era ancora questo. Era un’ondata più grande del sentimento amoroso. Julia Bartet fotografata da Paul Nadar nel 1885 Il duca Armand de Guiche (1879-1962) fotografato da Nadar (1900)
Nell’amore fato nascere dalla Fotografia (da certe fotografie), un’altra musica dal nome stranamente démodé si faceva udire: la Pietà. Raccoglievo in un ultimo pensiero le immagini che mi avevano «punto» (dato che proprio questa è l’azione del punctum), come ad esempio quella della negra con la collanina e con le scarpe col cinturino. 
 Attraverso ognuna di quelle immagini, infallibilmente, io andavo oltre l’irrealtà della cosa raffigurata, entravo follemente nello spettacolo, nell’immagine, cingendo con le mie braccia ciò che è morto, ciò che sta per morire, proprio come Nietzsche quando, il 3 gennaio 1889, si gettò piangendo al collo di un cavallo martoriato: impazzito per la Pietà.
 

 

Roland Barthes La chambre claire. Note sur la photographie, Seuil, Paris, 1980; trad. it. di Renzo Guidieri La camera chiara. Nota sulla fotografia, Einaudi, Torino, 1980, § 47, pag. 115-117

postato da Lazaric alle ore 19:28 | link | commenti
categorie: arte varia
martedì, 27 marzo 2007

LA FOLLIA DELLA FOTOGRAFIA/1: Lo Sguardo

Volendo obbligarmi a commentare le foto d’un reportage sui «casi urgenti», io straccio le note man mano che le scrivo. Come! non c’è niente da dire sulla morte, sul suicidio, sulla ferita, sull’incidente? No. Non ho niente da dire su quelle foto in cui vedo camici bianchi, lettighe, corpi stesi per terra, vetri rotti, ecc. Se solo ci fosse uno sguardo, lo sguardo di un soggetto, se solo qualcuno, nella foto, mi guardasse! La Fotografia ha infatti la facoltà – che va man mano perdendo, dato che ormai la posa frontale è giudicata arcaica – di guardarmi dritto negli occhi (e qui abbiamo una nuova differenza: nel film, nessuno mi guarda mai: è proibito – dalla Finzione).
Lo sguardo fotografico ha qualcosa di paradossale che talvolta ritroviamo nella vita: l’altro giorno, in un caffè, un adolescente, solo, esplorava con gli occhi tutta la sala; a tratti il suo sguardo si posava su di me; in quel momento avevo la certezza che egli mi stesse guardando senza tuttavia essere sicuro che mi stesse vedendo: stortura inconcepibile: come è possibile guardare senza vedere? Si direbbe che la Fotografia separi l’attenzione dalla percezione e che presenti solo la prima, la quale tuttavia è impossibile senza la seconda; cosa aberrante, essa è una noesi senza noema, un atto di pensiero senza pensiero, un intendimento senza obiettivo finale. E tuttavia è proprio questo movimento scandaloso a determinare la più rara qualità di un’aria. Il paradosso è questo: come si può avere l’aria intelligente, senza pensare a niente di intelligente? Come è possibile averla guardando quel pezzo di bachelite nera? Il fatto è che, facendo l’economia della visione, lo sguardo sembra essere trattenuto da qualcosa d’interiore. Andé Kertész Il cagnolino, Paris, 1928Quel ragazzino povero che tiene in braccio un cagnolino appena nato e vi appoggia la sua guancia (Kertész, 1928), guarda l’obbiettivo con occhi tristi, gelosi, spauriti: che pensosità patetica, straziante! In effetti, egli non guarda nulla; trattiene dentro di sé il suo amore e la sua paura: ecco, lo Sguardo è questo.
Ora, se è inesistente (e a maggior ragione se dura, se, con la fotografia, attraversa il Tempo), lo sguardo è sempre virtualmente pazzo: esso è al tempo stesso effetto di verità ed effetto di follia. Nel 1881, animati da un bello spirito scientifico e procedendo in un’inchiesta sulla fisiognomia dei malati, Galton e Mohamed pubblicarono alcune tavole di volti.
Ovviamente, si concluse che la malattia non vi si poteva leggere. Ma siccome tutti quei malati mi guardano ancora, a quasi cento anni di distanza, io ho invece l’idea inversa: quella che chiunque guardi dritto negli occhi è pazzo.
foto di Francis Galton
Il «destino» della Fotografia sarebbe dunque questo: facendomi credere (ma una volta su quante?) che ho trovato «la vera fotografia totale», essa crea l’inconcepibile confusione tra realtà («Ciò è stato») e verità («È esattamente questo!»); essa diventa al tempo stesso constatativa ed esclamativa; essa porta l’effigie a quel punto di follia in cui l’affetto (l’amore, la compassione, il lutto, l’impeto, il desiderio) è garante dell’essere. La Fotografia si avvicina allora effettivamente alla follia, raggiunge la «verità folle».
Roland Barthes La chambre claire. Note sur la photographie, Seuil, Paris, 1980; trad. it. di Renzo Guidieri La camera chiara. Nota sulla fotografia, Einaudi, Torino, 1980, § 46, pag. 111-115
postato da Lazaric alle ore 08:36 | link | commenti
categorie: arte varia

Chi sono

Utente: Lazaric
"Nel cortile dell'ospedale c'è un piccolo padiglione, circondato da tutto un bosco di lappole, di ortica e di canapa selvatica. Il suo tetto è rugginoso, il tubo del camino è a metà crollato, gli scalini della scala principale sono marciti e c'è cresciuta l'erba, e dell'intonaco son rimaste soltanto le tracce. La facciata anteriore è rivolta verso l'ospedale, quella posteriore guarda nella distesa dei campi verdi da cui lo separa il grigio recinto dell'ospedale, tutto chiodi. Questi chiodi, con le punte rivolte all'insù, e il recinto e lo stesso padiglione hanno quello speciale aspetto triste che da noi hanno soltanto le costruzioni ospedaliere e carcerarie. Se non avete timore delle scottature d'ortica, inoltriamoci per lo stretto sentiero che conduce al padiglione, e guardiamo che cosa succede là dentro."

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