Detto in maniera più franca: in primo luogo, i partiti possono amministrare, direttamente nel tessuto sociale, i propri interessi politici ed economici, attraverso le grandi lobbies dell'associazionismo e del cooperativismo. Questa non è una novità, ma il problema è che, considerando le potenzialità di sviluppo del “mercato sociale”, si aprono nuovi orizzonti. In secondo luogo, gli enti o i servizi pubblici possono recuperare risorse politiche ed economiche (di cui non dispongono più direttamente, a causa dell'arretramento complessivo dello stato come soggetto di prestazioni sociali), colonizzando il privato sociale: controllando, talvolta manipolando le associazioni e le cooperative attraverso una forte ingerenza, tanto ideologica quanto direttiva nella gestione dei servizi sociali per i quali queste ricevono finanziamenti o compensi. In terzo luogo – e questo è anche l'unico spettro che di solito viene evocato, a sinistra – il signor de Paperoni apre una catena di magnifiche cliniche private, spacciandosi per privato sociale quando non è possibile convenzionarsi come semplice privato.
In conclusione, l'aspetto più preoccupante della faccenda mi sembra il seguente: la guerra ideologica tra pubblico e privato – come accade ogni volta che si ricostituisce una scena antagonistica, binaria e la politica prende la forma di uno scontro finale – determina una bellicosa e cieca alleanza tra il pubblico e il privato, tanto più ostili sul piano ideologico, quanto più fraterni nell'assunzione incondizionata del paradigma “economico”. Questa è forse la nuova frontiera istituzionale, una frontiera tanto più difficile da varcare in quanto non si tratta di una soglia, bensì di un nodo che stringe le società nella morsa di due modelli antagonistici di governo economico. Ricordiamo quanto sia stato difficile sciogliere il nodo giuridico-scientifico del manicomio. La difficoltà dunque resta, ma il manicomio si progetta forse altrove e diversamente.”
Pierangelo Di Vittorio Foucault e Basaglia. L'incontro tra genealogie e movimenti di base, ombrecorte, Verona, 1999, pag. 17-19
*: nota dell'autore: Sulla crisi del welfare e sull'emergenza del mercato sociale, in cui si miscelano diversamente l'azione dello stato, del mercato e del terzo settore (associazioni di volontariato, cooperative sociali, organizzazioni nonprofit), cfr. O. De Leonardis In un diverso welfare. Sogni e incubi, Feltrinelli, Milano, 1998. L'autrice parla di «quadratura del cerchio», per ciò che concerne i due fenomeni concomitanti della «crescita economica senza occupazione» e della «moltiplicazione dei problemi sociali» (p. 69): «[...] la potenzialità economica del settore dei servizi alla persona costituisce anche una promettente risposta al problema della disoccupazione, essendo esso tipicamente labour intensive. Si profila dunque una sorta di quadratura del cerchio nella quale domanda e offerta d'interventi sociali s'incontrano, e i problemi sociali vengono trattati insieme con – e grazie a – i problemi occupazionali: là dove alcuni trovano un programma di riabilitazione lavorativa altri trovano un posto di formatore; e la disoccupazione si combatte con i lavori socialmente utili» (p. 16).
«Vi possono insomma essere servizi pubblici che [...] hanno un'impronta privatistica; e vi possono essere servizi privati o imprese nonprofit che invece assumono quella responsabilità pubblica, sociale, di produrre beni pubblici...» (p. 75)
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Di ieri la notizia che un padre esasperato dall’ennesimo eccesso di violenza del figlio autistico lo ammazza e poi si costituisce.
Proprio in questi giorni sto leggendo un bel libro che parla dell’autismo si chiama Né giusto né sbagliato ed è scritto da uno scrittore che ha un figlio autistico e intervallando escursus storico/teorici con scorci biografici dà un quadro di cosa sia l’autismo:
Il piccolo Morgan Collins ha tre anni. Legge tutto quello che gli capita a tiro, dalle annate di vecchi giornali ai manuali di medicina. Ma se qualcuno gli chiede come si chiama non risponde, e le frasi più ovvie sono per lui un rompicapo insolubile. Per descrivere questo comportamento i medici sono soliti usare una parola semplice e definitiva: autismo. In realtà, come dimostra Paul Collins in questo affettuoso, disarmato e toccante ritratto dal vero di suo figlio, quella parola, prima che una diagnosi, è la soglia d’accesso a un continente misterioso e affascinante, con i suoi primi abitanti (il Ragazzo Selvaggio che sconcertò l’Europa del Settecento), i suoi cartografi (da Freud ad alcuni coraggiosi ricercatori di oggi, spesso non meno eccentrici dei loro pazienti), le sue imprevedibili propaggini (ad esempio i programmatori della Microsoft, che invece di guardarti in faccia seguono quello che dici sullo schermo del loro computer). Una volta chiuso a malincuore questo libro necessario e incantevole, intessuto di storie lontanissime fra loro, i lettori non sapranno probabilmente dire che cosa abbiano letto. E avranno una ragione di più per amare Collins quando afferma: «E comunque non è come pensano loro: non è una tragedia, non è una triste storia, e neppure il film della settimana. È la mia famiglia».

Da: http://www.adelphi.it/novita/244/1711/1712/2409/libri.asp?isbn=8845919889
Un bel libro e un bello strumento contro lo stigma... scritto da chi è comunque in una posizione difficile come tutti i familiari di persone con problemi.... un libro è più della somma delle parole che ci sono scritte...