REPARTO N° 6

cronache da un (ex) manicomio
lunedì, 30 novembre 2009

Il promemoria di questi luoghi: storia di Roberto

Nel ’41 a mezzanotte sono nato io nel civile, mia mamma ha subito uno shock perché ero nato in tempo di guerra: bombardavano Treviso, Padova, Milano, Roma, Napoli…

Quando non lavoravo da ragazzo andavo al campo scuola a Paderno, o a fare il bagno nella roggia, poi ero elegante: la farfallina celeste, gli occhiali, il cappellino.

Nel 1945 a quattro anni ero all’Olimpia e gli americani applaudivano, andavano per strada, davano cioccolata, sigarette, caricavano le donne: era una meraviglia. Poi finita la guerra sono passati i carri armati in viale Tricesimo, facevano buche nell’asfalto così.

L’Opp di Udine, un distaccamento di partigiani, soldati rientrati dalla Russia e dai distaccamenti tedeschi quando venivano con i treni merci tutti ammucchiati i soldati. Era la milizia, no. Quando vedevano qualcuno ubriaco per le vie, all’una, mezzanotte, li portavano al comando e li interrogavano. E poi erano le guardie di settore. Eravamo nel ’41 e ’45 quando gli americani hanno vinto la guerra e Hitler li deportava in Germania. Li portavano a Villaco. Dopo i rastrellamenti quelli che davano i numeri li pigliavano e la pubblica sicurezza li portava a Sant’Osvaldo, erano medici tedeschi, inglesi, francesi e austriaci. Quando è stato fondato quel nosocomio i tutori dell’ordine facevano rastrellamenti per le vie, poi erano donne di strada – case chiuse – dove i soldati andavano a soddisfarsi. Era la Marylin Monroe. E poi in Austria erano le guardie confinarie: Austria, Jugoslavia e a Milano. Milano dove faceva conferenza Mussolini al popolo italiano e diceva queste parole: «Chi mi ama seguitemi chi non mi ama retroceda!» allora il popolo era tutto unito.

A me mi hanno pigliato e mi hanno mandato dalla Germania col foglio di via e mi hanno fermato a Verona in stato confusionale. Mi hanno portato prima all’ospedale civile, ma siccome non davo segni di miglioramento mi hanno mandato a Bologna; a Bologna erano Maganzani, Colombati (il direttore), Leoni (primario) e Patamia (psicologo, psichiatra psicanalitico): quattro psichiatri internazionali. Volevano sapere le motivazioni per cui sono andato in Germania. Gli ho spiegato che ero senza lavoro e sono andato in Germania per un pezzo di pane. Una famiglia in Germania che mi ha ospitato – mi stirava le camicie, le maglie, i calzoni e le cose intime – andavo a lavorare da Feclof. Il padrone mi voleva bene. Quando sono andato via di là, se non mi ammalavo sposavo Marita: era bella la tedesca, dio… Poi lei andava a scuola di ballo classico e ballava – era campionessa di tango, io ho ballato con lei a Monaco dove fanno le gare di danza – era innamorata di me ma non la capivo e allora mi pigliava in giro – perché le tedesche sai come sono fatte: gli piace bere, ballare, sentire la musica… - e il lunedì tacano1 nelle fabbriche l’andamento operaio.

A Bologna erano psichiatri che bisognava stare attenti ai movimenti che si faceva: era una clinica perfetta.

Dopo Bologna, Udine non voleva pagare le spese a Bologna e Colombati ha detto: «Il ragazzo è vostro venitelo a pigliare!». E quando sono venuti da Udine a pigliarmi con l’ambulanza il direttore era appena uscito e loro con documenti non giusti – io ero ingenuo, stavo bene nella clinica – mi hanno caricato sull’ambulanza e portato a Sant’Osvaldo.

Era il 1961 avevo finito il militare (18 mesi) e tre anni di lavoro in Germania. Il più bel ricordo è stato la Germania, mi volevano bene, ci aiutavamo uno con l’altro, siciliani, calabresi, napoletani…uno aveva la macchina e ci voleva una piccolezza – un due marchi – dalle baracche alla fabbrica Ford. Poi la fabbrica era grande, 50000 operai. Qualcuno mi ha fatto il malocchio per quello giravo la Germania a vuoto, avevo la valigia, scarpe rotte, la neve era alta. Ho domandato lavoro in fonderia ma mi hanno detto che non ce n’era. Allora ho trovato una persona che mi ha aiutato e allora sono andato da Feclof di cui ti ho detto – stufe elettriche, fornelli gas – e la famiglia Hamer mi ha ospitato. Mi preparavano la merenda per mezzogiorno che si aveva un’ora di pausa. Poi venivano le segretarie a portarmi la busta, erano in minigonna – belle! – mi dicevano «Italienisch: diese Woche.» e mi davano i soldi.

Quando mi hanno portato a Sant’Osvaldo e lì erano psichiatri che adoperavano sistemi feroci e pigliavano gli ammalati come bestie. Le bestie erano trattate meglio degli ammalati. I medici hanno ammazzato molti degenti all’opp di Udine. E poi tutti i degenti avevano un lavoro: chi imbianchino, chi muratore, chi meccanico, chi macchinista, chi magazziniere, guardaroba, cucina, panificio interno di Sant’Osvaldo, chi era con gli stradini. Dunque, quando mi alzavo alle 6 dovevo fare la doccia, alle 6 e mezza si faceva colazione e prima della colazione bisognava fare tutti i lavori interni. Io cambiavo lenzuola, federe, poi si passava il corridoio con la segatura e il lisoformio, quando non c’era la segatura si andava dai falegnami con le carriole. Il compito delle ammalate era quello di piegare le lenzuola, le federe. C’erano quelle handicappate che non avevano lavoro e venivano in lavanderia; in lavanderia tutti i reparti portavano la biancheria da lavare e ritiravano quella lavata. Toni Milisini – quello che gestiva la campagna di Sant’Osvaldo – aveva 364 campi e una cinquantina di mucche. Poi maiali, cavalli, galline, dindios2.

Io lavoravo appena arrivato con gli imbianchini. Il direttore Mezzino mi aveva chiesto che lavoro avrei voluto fare. Io gli ho detto vorrei fare qualcosa. Allora mi ha detto: «Mettiamolo alla prova.»

Mi faceva estirpare la gramigna dai giardini, poi si scopava le foglie dell’ospedale, si faceva cinema – diorama.

La domenica ci davano i biglietti e pigliavano un pochi per reparto e si vedeva il cinema – di guerra ecc. Delle volte si facevano gite, scampagnate…

Le cure erano pesanti. Mi davano serenase, trilofon – che ci faceva piegare la schiena – corpetti: uno legava testa mani e piedi e bisognava aspettare che tutte le acque siano esatte e quando veniva il direttore e diceva: «È tranquillo l’ammalato?». Qualcuno alzava la voce perché aveva paura.

Ogni tanto si veniva chiamati in farmacia insieme a un infermiere e si parlava del più e del meno e finito il colloquio il dottore chiamava l’infermiere e nel libro sala dava la terapia secondo l’ammalato. Tiravano addosso acqua ghiacciata per l’igiene. C’era anche il noan – un farmaco.

Quando facevano le gite erano contenti ma io pieno di serenase, trilofon mi trascinavo in giro come un derelitto e gli infermieri si godevano l’aria della gita. In corriera mi veniva male. Non mi sento di parlare delle scosse, è meglio dimenticare. Quelli che hanno sbagliato è meglio chiamarli in provincia o meglio in tribunale e mettere sul Messaggero tutto quello che hanno fatto agli ammalati e alle ammalate. Chi si è annegato, chi si è impiccato, chi si è suicidato.

Gli altri malati: nessuno faceva niente, si sdraiavano nel cortile. Quando venivano i parenti venivano scacciati come cani. E quando c’era qualche decesso facevano pagare tutto il tempo che erano stati a Sant’Osvaldo. Quando qualcuno era moribondo il prete veniva dopo che non dava più segni di vita vedeva se aveva anelli, orologi…le rette delle pensioni se le faceva dare dai familiari poi quando uno decedeva i becchini si presentavano con la macchina con le rose, con i fiori, con il cuscinetto e lo portavano nel cimitero di residenza. Lì la buca era scavata dagli addetti, poi dicevano la messa nella parrocchia e finita la messa caricavano nel carro funebre e lo seppellivano, il parroco del paese gli dava la benedizione, dicevano un quattro avemaria, due padre nostri, cinque atti di dolore e poi tornavano a casa. Mio papà è morto quattordici anni fa e sento ancora la sua mancanza. quattordici anni che è morto…povero papà.

Io sono stato all’1, al 3, al 4 che l’hanno demolito, al 5, al 6: osservazione, all’8 al 10. Poi lavoravo per i reparti portare: incartamenti, cartoline, tutto quello che coincideva nel nosocomio. L’ultimo reparto in cui sono stato è stato il 16. Mi caricavano di serenase mi si giravano gli occhi mi dicevano fai questo fai quello. Ero come il milite ignoto della Russia e loro mi picchiavano.

Sant’Osvaldo: nell’ultimo periodo era cambiato tanto come vitto, come trattamento, come gentilezza, come coordinamento e come studi psichiatrici. Era cambiato tutto l’andamento di affetto, di responsabilità.

Dimenticare quei posti e vivere una vita più serena.

1 Iniziano.

2 Tacchini.


la versione originale e integrale di questo testo la trovate qui
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categorie: storie di pazzi e di normali
venerdì, 13 novembre 2009

«Legato al letto in manicomio. Così hanno ucciso mio figlio»

Tossicomane, ai domiciliari, era stato arrestato perché era uscito con la fidanzata

Parma, la madre del giovane morto in cella: imbottito di psicofarmaci

DAL NOSTRO INVIATO
PARMA — Giuseppe Saladi­no, detto Geppo, 32 anni, elet­tricista, tossicomane in cura al Sert e ladruncolo, crollato di schianto in una cella del car­cere di Parma, dove era stato portato poche ore prima, ave­va il terrore della galera. Scri­veva lettere disperate alla ma­dre Rosa e alla fidanzata Anna­lisa, lui condannato a un anno e 2 mesi per aver scassinato al­cuni parchimetri del centro: «Aiutatemi, ho paura, qui c’è gente terribile, assassini, rapi­natori, mi sento guardato, non riesco a dormire...». Era sempre sul chi vive: «Ho preso l’abitudine di anda­re per ultimo a fare la doccia, aspetto che gli altri siano usci­ti, speriamo...». E quando poi l’avevano trasferito dal carce­re di Parma all’ospedale psi­chiatrico di Reggio Emilia, dia­gnosticandogli «uno scom­penso psichico in disturbo psi­cotico », il terrore era diventa­to panico. «Mi raccontava — afferma il legale della famiglia, Letizia Tonoletti — che lo tenevano 'contenuto', cioè legato, oltre a sottoporlo ad un trattamen­to di psicofarmaci. L’hanno cu­rato come se fosse un pazien­te psichiatrico, ma lui non lo era e per questo avevo chiesto di ricoverarlo in un ospedale civile, ma inutilmente...». Ottenuti gli arresti domici­­liari, Geppo è evaso. Solo po­che ore (l’hanno ripreso subi­to), sufficienti però, così ipo­tizzano gli inquirenti, per tor­nare al vecchio vizio della dro­ga: una dose, magari anche piccola, ma che potrebbe esse­re stata fatale per un organi­smo già debilitato dagli psico­farmaci. Non ci sono ancora indaga­ti nell’inchiesta per omicidio colposo aperta dal pm Rober­ta Licci. E nemmeno risposte sull’improvvisa scomparsa di Geppo. I verbali della questu­ra parlano di «overdose da stu­pefacenti ». La direzione del carcere di Parma di «arresto cardiaco».

 Giuseppe Saladino, 32 anni, a casa con la madre (foto Raffaele Capoferro)
Giuseppe Saladino, 32 anni, a casa con la madre (foto Raffaele Capoferro)

 

Il legale della famiglia è inve­ce convinto che «i medicinali prescritti all’ospedale psichia­trico, che Giuseppe ha conti­nuato regolarmente a prende­re anche dopo aver lasciato la struttura, abbiano avuto un peso nel decesso». L’unica pi­sta che sembra scartata è quel­la del pestaggio o dei maltrat­tamenti. L’attenzione degli inquiren­ti è concentrata sull’iter carce­rario al quale è stato sottopo­sto il giovane per capire se era compatibile con il suo stato di tossicodipendenza: dall’effetti­va necessità del trasferimento all’ospedale psichiatrico, alla congruità della terapia di psi­cofarmaci, fino ad eventuali la­cune o sottovalutazioni da par­te della componente sanitaria.

La madre del ragazzo, Rosa Martirano, non si dà pace, ne ha per tutti: «Mio figlio era sa­no, me l’hanno ridato morto. Non era un assassino, solo un ladro di polli... Mi devono spiegare perché l’hanno man­dato in quel manicomio (l’ospedale psichiatrico di Reg­gio, ndr.), è lì che me l’hanno rovinato: quando l’ho rivisto era sempre intontito, assente, terrorizzato...». Le ultime ore di Geppo so­no un mix di incoscienza e in­genuità. Il 6 ottobre scorso, dopo aver scontato una parte della pena, ottiene gli arresti domiciliari. Arriva a casa e do­po un’ora ecco comparire la sua fidanzata Annalisa. I due abbandonano l’appartamen­to, non si sa quanto consape­voli di commettere il reato di evasione. Quando tornano, ci sono i poliziotti ad aspettarli. Geppo viene prima portato in questura e poi di nuovo in car­cere. Nella notte muore. Il mondo della politica, già scos­so dal caso Cucchi, torna ad in­terrogarsi. I radicali chiedono al ministro Alfano un’ispezio­ne nel carcere di Parma. La Cgil parla di «situazione intol­lerabile ». I dipietristi annota­no amari: «La morte di Cucchi non è servita a niente».

Francesco Alberti
12 novembre 2009 (ultima modifica: 13 novembre 2009)

Fonte: Corsera

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categorie: carcere, storie di pazzi e di normali
venerdì, 06 novembre 2009

Psichiatra dell'esercito USA spara sui suoi commilitoni

Strage di militari in Texas, Obama: no conclusioni affrettate

WASHINGTON - Il presidente americano Barack Obama ha ammonito a non "lanciarsi in conclusioni affrettate" sulle cause della strage di Fort Hood (Texas) costata la vita a 13 persone.

TRAGEDIA IN TEXAS, 13 VITTIME - Uno psichiatra dell'esercito che non voleva essere inviato in Iraq ha commesso una strage giovedi' nella base militare di Fort Hood (Texas) aprendo il fuoco contro i soldati in un edificio del complesso: 13 persone sono state uccise e altre 31 sono rimaste ferite. Il maggiore Nidal Malik Hasan, un medico specializzato in malattie mentali, ha agito da solo usando un'arma semi-automatica ed alcune pistole: ha sparato in modo indiscriminato sui soldati impegnati in controlli medici prima di partire per la guerra. Per alcune ore si era pensato che anche lo sparatore fosse rimasto ucciso nella strage. Ma nella tarda serata di giovedi' le autorita' militari hanno rivelato che il maggiore Hasan, un cittadino americano di origine palestinese, e' ancora vivo. E' stato colpito da piu' proiettili ma e' in ''condizioni stabili'', ha annunciato il comandante della base, generale Bob Cone. Il presidente Barack Obama ha parlato di ''orribile tragedia''. ''E' sconvolgente sapere che uomini e donne in uniforme muoiono in territori di guerra - ha detto il presidente - ma e' ancora piu' sconvolgente quando questo avviene in territorio americano''.

Prima della sparatoria di ieri a Fort Hood, Nidal Malik Hasan aveva dato via a vicini tutti i mobili del suo appartamento e le sue copie del Corano. Lo hanno indicato testimoni alla rete tv locale KXXV-TV, parlando dell'unico responsabile del massacro. All'alba di oggi l'Fbi ha perquisito l'appartamento dello psichiatra militare in cerca di elementi che possano indurre ai moventi della strage. Quella di Fort Hood, la piu' affollata base americana negli Usa (con oltre 50 mila militari), e' la piu' grave tragedia di questo tipo mai avvenuta nella storia recente degli Stati Uniti. Il maggiore Hasan, 39 anni, nato in Virginia e laureato in biochimica alla Virginia Tech (teatro di un'altra famosa strage), aveva indossato la divisa per quasi venti anni e si considerava ''un patriota'' americano. Aveva studiato con il sostegno finanziario delle forze armate, impegnandosi in cambio a restare per un certo numero di anni in divisa. Un familiare ha rivelato che il medico, che aveva lavorato per sei anni al famoso ospedale militare Walter Reed (a Washington) specializzato nelle cure ai soldati feriti, compresi quelle vittima di stress post-traumatico, si opponeva alla decisione delle autorita' di inviarlo in Iraq.

''Era contrario alla idea di finire in guerra, era il suo incubo, stava facendo tutto il possibile per evitare questa svolta della sua vita - ha raccontato il cugino Nader Hasan - Aveva ascoltato ogni giorno al Walter Reed i racconti dei soldati rientrati dal fronte e rimasti traumatizzati da cio' che avevano visto''. Il medico, che non era sposato e non aveva figli, considerava l'esercito la sua casa ma era rimasto molto disturbato dagli attacchi verbali e dai sospetti che la sua origine mediorientale provocava anche tra gli uomini in divisa, specie dopo la strage dell'11/9. Si era anche rivolto ad un avvocato per vedere se esisteva la possibilita' di uscire dalle forze armate. Un cugino ha detto che Hasan era di fede islamica fin dalla nascita. I suoi genitori provenivano da un villaggio non lontano da Gerusalemme. Alcuni colleghi lo hanno descritto come un ''solitario'' ed un ''irascibile''. In aprile era stato trasferito da Washington a Fort Hood. Il mese dopo era stato promosso maggiore. L'esplosione di violenza e' divampata alle 13:30 locali in un edificio della grande base militare, il Soldier Rating and Processing Center, dove decine di soldati erano impegnati in visite mediche di controllo e in pratiche amministrative in vista del trasferimento in Iraq o in Afghanistan. Secondo alcuni testimoni il maggiore avrebbe sparato in modo indiscriminato sui soldati, uccidendo dodici persone e ferendone un'altra trentina, prima di essere bloccato dai proiettili sparati da un agente di polizia.

Il generale, in un briefing ai media, ha detto che tutte le indicazioni disponibili ''non sembrano portare a una ipotesi terroristica'' anche se niente ''puo' essere escluso a priori''. L'Fbi aveva indagato tempo fa sui messaggi online di qualcuno che si presentava come Nidal Hasan e che esprimevano approvazione per l'operato degli attentatori kamikaze che sacrificavano la loro vita ''per proteggere i fratelli musulmani''. Ma non e' confermato che si trattasse dello psichiatra dell'esercito. Inizialmente erano stati arrestati dalla polizia di Fort Hood altri tre soldati risultati pero' estranei alla strage. Una circostanza che aveva inizialmente alimentato l'ipotesi del complotto, ipotesi che ha poi perso consistenza. Un familiare ha raccontato che i genitori di Hasan, che sono morti, erano contrari a suo tempo alla sua decisione di vestire la divisa. ''Sono nato e sono stato educato in America - aveva risposto il giovane Hasan - E' mio dovere servire il mio Paese''.

da LiberoNews

vedi anche l'articolo di Repubblica

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categorie: storie di pazzi e di normali
mercoledì, 04 novembre 2009

Funerali di stato per la poetessa Alda Merini.

Strano destino per chi - come la poetessa dei margini, degli eccessi erotici, dei navigli, dei manicomi - è stata fino alla fine esclusa dal mondo dei professori e degli onorevoli, della gloria e del potere raccogliendo talvolta qualche apprezzamento sempre però discusso e combattuto.
Non riuscì ad entrare al liceo per non aver superato la prova di italiano. Ha subito un duro periodo di internamento in manicomio dove ha subito tutte le peggiori tecniche psichiatriche: dall'elettroshock alla sterilizzazione forzata. All'uscita il ritorno alla vita e alla scrittura con pagine tra le più ispirate. Divenne un personaggio interessante e controverso spesso su palcoscenici o davanti a telecamere esaltata e travisata dalla società dello spettacolo che nell'usarla le ha dato un ruolo e una notorietà opposte alla realtà della sua dozzina d'anni da internata.
Oggi i funerali in duomo alla presenza di porpore, papaveri, potenti e sapienti.
Una diversa da sempre vicina a matti, puttane e barboni si trova - morta - a ricevere l'omaggio di potenti e accademici: estrema beffa da poeta forse. Senz'altro sciacallaggio di un potere che non può che avvicinarsi alla poesia che quando la poesia non c'è più. Dove c'è il potere non può esserci poesia né amore e per questo la Merini è morta in semi-povertà con gli spiccioli del fondo Bacchelli elargiti come elemosina ma da lei accettati con dignità ed entusiasmo come fossero il Nobel.
Noi ti ricordiamo come la piccola, dolce e strampalata donna che ci ha insegnato a vedere le stelle nei cuori dei barboni, a sentire l'angoscia della "terra santa" del manicomio  (e forse non a caso sei mancata proprio nel giorno dei santi), a credere nonostante tutto nella possibilità straziante, appassionante e carnale dell'amore. 
Grazie e ciao Alda, piccola ape furibonda!
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categorie: poesia-letteratura, storie di pazzi e di normali
lunedì, 19 ottobre 2009

Quando psichiatria e psicologia servono a reprimere la lotta sociale

Vi ricordate della vicenda della commessa esselunga malmenata e costretta a pisciarsi addosso durante l'orario di lavoro? Il pm ha chiesto l'archiviazione perchè in base ad una perizia psichiatrica la commessa, italoperuviana, sarebbe risultata psicologicamente sofferente e tendente all'autolesionismo.

Siamo a milano: da un lato c'è una donna che piena di lividi è andata a fare denuncia per mobbing e maltrattamenti sul lavoro e dall'altra c'è una grande azienda che si è subito preoccupata del grave danno all'immagine che una storia di questo tipo poteva procurare.

A sostenere la donna la Uil, sindacato del quale tutto si può dire meno che sia noto per la sua azione radicale.

Nelle cause per mobbing - momento in cui si analizza il danno biologico causato da un datore di lavoro ai danni di un@ dipendente - si ricorre spesso alla perizia psichiatrica perchè lo stress, le malattie psicosomatiche, le conseguenze psicologiche e dunque anche fisiche, tutti i mali ricavati dal mobbing professionale vengono configurati come appartenenti al quadro psichiatrico. Di conseguenza molto difficili da dimostrare e generalmente risolvibili in fase di conciliazione se il datore di lavoro la propone.

In questo caso c'era anche la denuncia per maltrattamenti fisici e - forse - la conciliazione era improponibile. Oltretutto a seguito dello scandalo immaginiamo che esselunga volesse piena e pubblica soddisfazione fino ad arrivare al punto da togliere ogni credibilità alla denunciante.

I sindacati che aiutano lo svolgimento di queste vertenze spesso consigliano di non procedere nella causa per mobbing e di portare avanti accuse plausibili, dimostrabili. Questo avviene negli infiniti casi di lavori con contratti a progetto durante i quali i dipendenti e le dipendenti subiscono pressioni spesso fortissime e nessuna gratificazione. Si predilige la vertenza che rileva le incongruità, le scorrettezze, le illegalità sul piano contrattuale. Se il/la sindacalista è brav* si arriva alla conciliazione, la ditta paga, la dipendente incassa ed è obbligata a firmare un documento in cui dichiara che non esigerà mai alcunchè per il danno biologico.

Il danno biologico sul lavoro, il mobbing, è una forma di molestia morale. Mettetela a confronto con una molestia sessuale e scoprirete decine di analogie. In entrambi i casi si tende a dimostrare che la persona denunciante mente, ha problemi psicologici, delira, non ha capito bene, è un po' pazza o lo è completamente, è paranoica, ha manie di persecuzione, è autolesionista, lo fa per vendetta. In entrambi i casi il fatto giudicato non è oggettivo, non si può dimostrare perchè quello che viene sottratto non è un bene patrimoniale tangibile ma qualcosa di immateriale che non si mangia e non si tocca, dunque per la nostra giurisprudenza ha meno valore o non ne ha affatto. In entrambi i casi a rimetterci è sempre la persona molestata perchè il quadro legislativo tutela il molestatore.

Immaginate di fare un duro lavoro che vi procura enorme stress, con un boss che vi mobbizza e che vi fa venire la psoriasi, macchie sul corpo, forme di allergie autoimmuni, ansia, attacchi di panico, senso di oppressione, dipendenze da farmaci, abbuffate nervose, obesità, bulimia, anoressia. Immaginate poi di incontrare dei medici che vi diranno che il problema non è il lavoro, il boss, lo stress, la vita al limite dell'impossibile, la difficile conciliazione dei tempi di vita, ma è il modo in cui affrontate tutto questo. Vi prescrive del prozac (puro veleno dalle conseguenze gravissime) e voi, felicemente, dovreste continuare ad essere quello che gli altri pretendono voi siate.

Immaginate un mondo che vi rimette a posto ogni volta che fate una rivendicazione. Un mondo che vi da dell'esaltata estremista quando dici che il tuo stipendio da fame non ti basta per sopravvivere e che l'orario di lavoro non ti permette neppure di esistere. Immaginate un mondo in cui il datore di lavoro ogni volta che voi gridate per rivendicare diritti vi dice che siete fortunate perchè c'è la crisi e dovete considerarvi amiche degli imprenditori che si arricchiscono sulla vostra pelle perchè se non siete amici loro ti mandano a quel paese e rifanno i contratti (separati) come gli pare e piace. Immaginate un mondo che psichiatrizza le persone che lamentano difficilissime condizioni di lavoro e avrete descritto il nostro tempo. Avrete descritto l'italia.

A proposito: la svolta autoritaria che si serve della psicologia e della psichiatria di regime per soffocare e reprimere il dissenso non è certo rivolta esclusivamente alle lavoratrici e ai lavoratori.

Prendi un giornale che non lo legge nessuno e che sta un po' di qua e un po' di la', aggiungi una delirante lettera che sembra opera di soggetti, quelli si pericolosi, attualmente - romanzescamente immaginiamo -impegnati in una nuova strategia della tensione (vedi la questione dell'attentato a milano, utilizzato furbescamente dai media come fosse la punta di una enorme frangia di terrorismo islamico presente in italia), impasta con il giornalismo che da destra al centro/sinistra aizza il pubblico e insegna ad odiare il nemico (che spreco di energie) invece che elaborare il modo affinchè quel nemico non abbia più un terreno sociale e politico sul quale agire, condisci tutto con l'illuminato parere del solito psico-destrorso-reazionario che riduce la rivendicazione e la lotta sociale a psicosi collettiva, e si ottiene uno stato autoritario con una opposizione parlamentare perfettamente funzionale al sistema e una opposizione extraparlamentare delegittimata, troppo intenta a cercare visibilità per i singoli leader e priva di risorse economiche e della forza necessaria per produrre un cambiamento culturale degno di questo nome.

Nel frattempo una donna di capoverde ha visto morire suo figlio perchè l'enel - società elettrica che regna priva di concorrenza in italia e che nella bolletta ci fa pagare investimenti sul nucleare da un tot di anni - le ha tagliato la luce e lei ha tentato di riscaldare la casa con un sistema che ha prodotto esalazioni mortali. Sarà una psicosi e una sofferenza psicologica anche quella di questa donna o oggettivamente lo stato italiano con le sue leggi e con la sua discriminazione contro stranieri e poveri le ha procurato un danno?

da: Femminismo a Sud

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categorie: politica, storie di pazzi e di normali
giovedì, 15 ottobre 2009

Mario va a dormire

Mario va a dormire: la sua voce da basso profondo accompagna i suoi gesti. Lenti. Anche la sua cadenza è lenta. Talvolta rivela le sue lontane origini.
Straniero.
Straniero ANCHE QUI verrebbe da dire.
Si potrebbe pensare che i suoi gesti e la sua voce siano legate dalla stanchezza ma se ci si guarda intorno si capisce che c'è un di più. Intanto Mario, mentre forse sta già dormendo, continua a borbottare frasi che a scriverle una in fila all'altra chissà che rivelerebbero. Ma Mario parla a bassa voce, lentamente, si mangia le parole, parla per sé non per chi ascolta e quindi dopo un paio di frasi si abbandona l'intento e rimane il dubbio su che ci si stia perdendo.
Ci sono periodi in cui Mario non dorme per giorni, talvolta per settimane quindi il fatto che si corichi addirittura indossando un pigiama mi stupisce. Forse dormirà. Spero. Ma temo si sveglierà nel cuore della notte quando tutta la sua flemmatica lentezza cederà a una vitalità difficile da attendersi ora.
Invece no: stanotte Mario dorme. Dorme a lungo.
Lo guardo, mentre dorme. Mi sorprendo mentre lo guardo a lungo e forse con inaspettata tenerezza. Continuo a guardarlo: la sagoma del suo corpo magro si intuisce sotto le coperte. L'irriducibile segno della sua carcassa nel sonno domattina tornerà ad essere umano. Probabilmente tutta la tenerezza che forse intuisco ora domani non sarà neppure un ricordo di fronte alla sua strana umanità. Ma forse non è tenerezza è piuttosto nostalgia. Non nostalgia di qualcosa che è già stato: nostalgia di qualcosa che sarà. Forse.

Ma domani è un altro giorno. È sempre un altro giorno.
postato da Lazaric alle ore 14:34 | link | commenti (2)
categorie: reparto n° 6, storie di pazzi e di normali
domenica, 11 ottobre 2009

Caso Mastrogiovanni, sospeso dirigente di psichiatria della Asl di Salerno

la replica: «non sono mai stato convocato dalla commissione»

Michele Di Genio è indagato con altri sei medici per la morte del maestro elementare nel reparto di psichiatria

SALERNO - È stato sospeso dall'incarico il direttore del Dipartimento di Psichiatria della ex Asl Salerno 3, Michele Di Genio. La decisione è stata presa da una commissione d'indagine della stessa Asl di Salerno nominata per indagare sulla morte di Francesco Mastrogiovanni, maestro di scuola elementare di 58 anni deceduto il 4 agosto nel reparto di psichiatria dell'ospedale di Vallo della Lucania. Di Genio, che resta al suo posto di primario del reparto di psichiatria del nosocomio vallese, è indagato dalla Procura di Vallo della Lucania con altri sei medici del reparto dell'ospedale.

LINEE GUIDA - Al centro dell'indagine le cause della morte dell'insegnante, che potrebbe essere deceduto dopo essere rimasto immobilizzato a letto, legato mani e piedi, per quattro giorni. «Tra le motivazioni della sospensione da parte della commissione - ha spiegato Di Genio - vi sarebbe la non vigilanza sull'operato dei medici del reparto e l'assenza di linee guida precise all'interno del Dipartimento. Voglio far presente che le linee guida sono state inviate da me al dottor De Leo, presidente della Commissione d'indagine e direttore del Dipartimento di salute mentale della ex Asl Salerno 2, dunque mio pari grado. A quanto mi risulta, nella relazione della commissione non vi è traccia di esse, nonostante siano state regolarmente formalizzate nel 2006 con apposita delibera».

«MAI CONVOCATO» - «Non sono mai stato presente in reparto nei giorni in cui si sono verificati i fatti - ha proseguito Di Genio - ma, a parte ciò, in questi mesi non ho avuto la possibilità di chiarire le mie controdeduzioni, poiché non sono mai stato convocato dalla commissione». «Le aberrazioni e le stravaganti decisioni della commissione d'indagine verranno impugnate nelle sedi idonee - ha aggiunto Antonio Fasolino, legale di Di Genio -. Certo è quantomeno bizzarro che esse giungano prima di qualunque pronunciamento da parte dell'autorità giudiziaria, che tra l'altro non ha preso alcun provvedimento nei confronti del mio assistito».


Corsera 10 ottobre 2009

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categorie: storie di pazzi e di normali
mercoledì, 30 settembre 2009

Germania, lo psicologo droga i pazienti: due morti durante la terapia di gruppo

Una delle dodici persone che erano nello studio medico di Berlino
ha telefonato ai servizi medici per chiedere aiuto. Un terzo uomo è grave

Germania, lo psicologo droga i pazienti due morti durante la terapia di gruppo

La casa della tragedia

BERLINO - Ha drogato i suoi pazienti, durante una terapia di gruppo: a Berlino due persone sono morte e una terza è in coma. Il medico che conduceva la seduta è stato arrestato: è accusato di aver somministrato sostanze che hanno provocato la crisi letale ai suoi pazienti.

Durante la seduta una delle dodici persone che partecipavano alla terapia ha telefonato ai servizi medici di emergenza mentre parte del gruppo stava perdendo conoscenza nello studio del medico, alla periferia della capitale tedesca.

Un uomo di 59 anni è morto sul posto, mentre un altro paziente di 28 anni è deceduto in ospedale, dove era arrivato in coma. Un terzo uomo è ancora in coma e le sue condizioni sono ritenute critiche, mentre gli altri nove sono stati dimessi, ha reso noto la polizia. A quanto riferisce la procura, il medico, 50 anni, è stato interrogato e ha ammesso di aver somministrato ai pazienti "varie sostanze e psicodroghe" per "ampliare la loro coscienza". Al momento non ci sono indicazioni che il medico volesse deliberatamente uccidere i pazienti e la polizia non è ancora in grado di chiarire quale droghe siano state usate.

Il professionista, si legge sulla targa all'ingresso del suo studio-abitazione, offre terapie 'psicolitiche'. Secondo indiscrezioni non confermate, riportate oggi dai giornali, ai pazienti era stato offerto un cocktail di eroina, anfetamina ed ecstasy. Alcuni pazienti erano ancora coscienti, ma in stato confusionale, quando sono intervenuti i servizi medici e si sono opposti con tutte le forze al ricovero: è dovuta intervenire la polizia.

La Repubblica 20 settembre 2009

postato da Lazaric alle ore 10:33 | link | commenti
categorie: storie di pazzi e di normali

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"Nel cortile dell'ospedale c'è un piccolo padiglione, circondato da tutto un bosco di lappole, di ortica e di canapa selvatica. Il suo tetto è rugginoso, il tubo del camino è a metà crollato, gli scalini della scala principale sono marciti e c'è cresciuta l'erba, e dell'intonaco son rimaste soltanto le tracce. La facciata anteriore è rivolta verso l'ospedale, quella posteriore guarda nella distesa dei campi verdi da cui lo separa il grigio recinto dell'ospedale, tutto chiodi. Questi chiodi, con le punte rivolte all'insù, e il recinto e lo stesso padiglione hanno quello speciale aspetto triste che da noi hanno soltanto le costruzioni ospedaliere e carcerarie. Se non avete timore delle scottature d'ortica, inoltriamoci per lo stretto sentiero che conduce al padiglione, e guardiamo che cosa succede là dentro."

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